Questo articolo è stato visto 292 volte
Media ottenuta: 3.8 stelle (4 voti totali)
(Commenti presenti:1)
Titolo: "Giunti dal mare"
Autore: Francesca Patrizi
Rubrica: ""
Edizione: Ottobre 2006
Qualche settimana fa tutti i telegiornali italiani davano in apertura la notizia di un barcone affondato al largo di Lampedusa: circa 120 persone sono finite in mare; di queste solo una settantina sono state tratte in salvo. Nulla che non sia già accaduto; chissà forse oggi nelle scalette dei tg c’era ancora un buco da riempire. Ne abbiamo viste tante di scialuppe che, se non sono intercettate in mare aperto, vengono fermate al momento dello sbarco, ma non ho ancora sentito alcun giornalista raccontarmi ciò che volevo sapere. Chi sono queste persone? E allora proviamoci noi ad immaginare di essere uno di loro. Come mi chiamo? Non posso dirvelo perché non capireste, il mio nome ha suoni troppo difficili da pronunciare. Vengo da un Paese massacrato da lunghi anni di guerra, Etiopia, Eritrea, Sudan, che importa? Ero un soldato o forse non ancora, comunque sarei dovuto diventarlo se fossi rimasto; forse ero un attivista politico laddove a parlar di politica si finisce male. Mio fratello è stato arrestato, io ho appena fatto in tempo a fuggire messo in allerta da un amico. Ho attraversato mezza Africa per mettermi al sicuro, ho camminato per giorni, ho corso, ed ora che dopo giorni di mare aperto i miei piedi toccano nuovamente terra, mi sento più frastornato di prima. Mi parlano in una lingua che non capisco, mi chiedono documenti e mi riempiono di carte che non so a cosa servano. Provo a spiegare che nel mio Paese non posso tornare, altrimenti mi uccidono. Allora mi mettono in una casa enorme con altre centinaia di persone come me; dicono che dovrò aspettare qualche mese, poi parlerò con una commissione che se non ho capito male sono diverse persone riunite insieme solo per ascoltare la mia storia e decidere che cosa sarà della mia vita. Poi forse potrò avere un altro pezzo di carta con il quale sarò libero di muovermi in questo nuovo Paese; soprattutto libero, forse…
La nostra Costituzione, redatta nel 1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio del 1948, all’art.10 comma 3 recita: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha diritto d’asilo nel Territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Sempre nel 1948 fu promulgata dall’assemblea delle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dove all’art. 14 si legge: “Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni”. Infine la Convenzione di Ginevra del 1951 definisce un rifugiato colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sua opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese: oppure che non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale, a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.
Non è una caso se questi scritti vengono redatti tra il 1947 ed il 1951: si era da poco conclusa la seconda guerra mondiale ma le ferite da essa provocate erano ancora sanguinanti; l’Europa, scioccata, iniziava ad interrogarsi sul livello di disumanità raggiunto.
Le persone che sbarcano sulle nostre coste, troppo facilmente classificate come “clandestini”, spesso vengono da noi per chiedere asilo. Noi non possiamo rifiutarci: non solo perché così facendo verremo meno a trattati sottoscritti e ratificati dal nostro Paese, ma anche perché butteremmo in mare, oltre alle loro vite, anche la nostra storia. Certo non è facile confrontarsi con loro. Siamo obbligati a porci molte domande, alcune di concetto, riguardanti per esempio l’alterità o l’integrazione, a cui è difficile dare una risposta; altre, più concretamente, riguardano spazi in cui poterli accogliere. Significa trovare loro sistemazioni decenti, attuare progetti d’insegnamento della lingua italiana, prepararsi ad accogliere le famiglie perché non si può pretendere che un asilante, riconosciuto tale dagli organi preposti, possa rinunciare al desiderio di ricongiungersi ai suoi affetti. Significa lavorare ad una legge organica sull’asilo considerando che l’Italia è l’unico Paese dell’UE a non averne alcuna, inserendo la normativa riguardante l’asilo in una più generale legge sull’immigrazione. Questo implica uno sforzo da parte di tutti ma è uno sforzo a cui non possiamo sottrarci perché, citando l’ormai celebre battuta dell’altrettanto celebre commedia di Terenzio, l’Heautontimorumenos, “HOMO SUM HUMANI NIHIL A ME ALIENUM PUTO”: Sono un uomo e niente di ciò che è umano considero a me estraneo.